[6] Una vita senza testa
Fu uno shock.
Il concetto in sé non mi era nuovo, ma prima di quel momento non l’avevo mai capito per davvero.
Io non ero la mia mente.
La prima volta lo lessi in un libro sulla spiritualità in cui si parlava dello Dzogchen, un approccio meditazione Buddista tibetana basato sul riconoscere la natura della mente così com’è: aperta, consapevole, priva di centro.
Il libro presentò un aneddoto di Douglas Harding, dove raccontava di un momento in cui, durante una camminata solitaria sull’Himalaya, si fermò ad ammirare il paesaggio, e accadde qualcosa di straordinario:
Il giorno più bello della mia vita—la mia rinascita, per così dire—fu quando scoprii di non avere una testa.
Quello che accadde fu qualcosa di incredibilmente semplice e per nulla spettacolare: smisi di pensare. Una quiete particolare, una specie di allerta rilassata, quasi un intorpidimento strano, scese su di me.
La ragione, l’immaginazione e tutto il chiacchiericcio mentale si placarono.
Per una volta, le parole mi vennero meno davvero.Il passato e il futuro scomparvero. Fu come se fossi nato in quell’istante, nuovo di zecca, senza mente, innocente di ogni memoria. Esisteva solo l’Adesso, quel momento presente e ciò che vi era chiaramente contenuto. Guardare era sufficiente.
Non mi ci volle affatto molto per notare che quel nulla, quel buco dove avrebbe dovuto esserci una testa, non era un’assenza qualunque, un semplice vuoto.
Al contrario, era pienissimo.
Era un’enorme vastità colma di vastità, un niente che faceva spazio a tutto—spazio per l’erba, gli alberi, le colline lontane immerse nell’ombra, e, molto più in alto, cime innevate come una fila di nuvole frastagliate che solcavano il cielo azzurro.
Avevo perso una testa e guadagnato un mondo.
Tratto da “On Having No Head” (Sull’essere senza testa)
di Douglas Harding
Lessi questo passaggio più di dieci anni fa.
Lessi le parole stampate sulla carta, compresi la lingua in cui erano scritte, e presi atto della sua esperienza, ma non ne compresi veramente il significato. Lo registrai come un’informazione, una semplice curiosità, e finì lì.
Più avanti, dopo aver intrapreso estenuanti viaggi per il mondo e stravolto la mia vita, ero finito in una profonda depressione, che mi attanagliava da tempo. Attacchi di panico mi assalivano senza preavviso, a volte ogni pochi giorni, altre volte più volte nello stesso giorno. Arrivavano senza un motivo apparente, rimanevano con me per ore, facendomi tremare nel letto o sul divano, incapace di parlare con nessuno, in preda a un terrore puro.
Quando finalmente se ne andavano, il mio corpo era esausto, e rimanevo a letto per ore, a volte per giorni interi, senza riuscire a fare altro che sopravvivere.
Un giorno, in uno dei pochi momenti in cui avevo l’energia di uscire e incontrare qualcuno, andai a uno degli incontri spirituali organizzati dalla comunità di ragazzi che, come me, si erano trasferiti su quella piccola isola del mediterraneo dove vivevo.
Un amico si avvicinò, forse intuì che qualcosa in me non andava, e mi parlò di un libro che stava leggendo.
«Il Potere di Adesso», mi disse.
«È bello?» chiesi.
«Sì… penso che dovresti leggerlo.»
Era un periodo confuso in cui ero disperato. Non sapevo più cosa fare, mi sembrava di non aver più nulla da perdere, così ci provai.
Iniziai a leggerlo. Nell’introduzione, l’autore raccontava di aver vissuto per anni in uno stato di ansia continua, con periodi di depressione così profondi da desiderare di scomparire, finché una notte, sopraffatto dal dolore, qualcosa dentro di lui si ruppe: il pensiero «non posso più vivere con me stesso» si trasformò in una rivelazione.
Chi era, esattamente, questo “me stesso” da cui voleva fuggire?
In quel momento la mente si fermò, e lui venne risucchiato in un vuoto profondo. Non era un vuoto di assenza, ma di presenza pura. Da quel momento, la sofferenza scomparve. Si svegliò all’alba, ascoltando il canto di un uccello come se fosse la prima volta. Tutto era nuovo, pieno di luce e di significato.
Per mesi visse in uno stato di pace ininterrotta. Aveva toccato qualcosa che non si può spiegare, e solo anni dopo comprese di aver sperimentato ciò che i testi sacri chiamano il risveglio.
Lessi queste prima pagine, e accadde esattamente ciò che mi succedette con Harding dieci anni prima. Mi resi conto che stavo leggendo, ancora una volta, la testimonianza di un uomo che aveva vissuto un evento straordinario. Anche stavolta leggevo le parole, le comprendevo una per una, ma non riuscivo a cogliere il significato profondo che custodivano.
Certe cose nella vita non si
possono capire con la mente,
con la logica, o con il ragionamento.
L’unico modo per capirle è
con l’esperienza diretta della vita.
Per anni, avevo passato a vivere affidandomi alla scienza, alla mente, e alla razionalità. Dopotutto, era ciò che faceva girare il mondo, ed era ciò che mi aveva dato certezze in un mondo pieno di dubbi, superstizioni e credenze che mi sembravano assurde.
Avevo vissuto così, finché qualcosa di sconosciuto mi aveva assalito: un’ansia che non riuscivo a spiegarmi, un senso di angoscia e paura che mi attanagliava ogni giorno, e davanti al quale la mia mente razionale era completamente inerme.
Poi arrivò quel giorno e, d’improvviso, quelle parole lette anni prima, che al tempo sembravano solo echi lontani, si fecero nitide, come il riflesso del sole sull’acqua immobile.
Eppure, in quel momento, non pensai a nulla di tutto questo.
Nella mia mente, non c’erano pensieri.
Al loro posto, si era fatta strada la consapevolezza,
ovvero il sapere senza dover pensare.
Rileggendo quelle pagine oggi, per la prima volta dopo anni, resto sbalordito dalle somiglianze incredibili tra quelle descrizioni e ciò che vissi io in quel fatidico giorno.
Tre testimonianze diverse, da tre persone di lingue e culture lontane, separate da decenni, ma unite da un filo invisibile, un filo che la mente non può afferrare e che le parole non possono spiegare.
Solo più avanti avrei scoperto che quello stesso filo attraversava anche i secoli: dai santi cristiani del medioevo ai profeti e ai mistici di ogni epoca, fino a Gautama Siddharta, che aveva visto con chiarezza la natura dell’essere umano, e come curarsi dalla vera radice della sofferenza: i nostri pensieri.
La mia mente, un tempo una fedele alleata, che mi aveva donato la capacità di sognare e di costruirmi una strada in un mondo che percepivo ingiusto e indifferente, era diventata la mia peggior nemica.
I pensieri incessanti, i giudizi, le recriminazioni sul passato e le preoccupazioni sul futuro avevano trasformato la mia vita in un inferno in cui soffrivo senza tregua.
Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a trovare una via d’uscita, e arrivai a contemplare l’unica alternativa che mi sembrava capace di fermare tutto quel dolore, una volta per tutte, la soluzione finale.
E invece, prima che compissi quel passo da cui non si torna indietro, arrivò la mia salvezza, in un modo che non avrei mai potuto prevedere, e che la mente non avrebbe mai potuto comprendere.
Quel giorno, la mia mente si spense,
e per la prima volta dopo tanto tempo,
un senso di pace e serenità totale mi pervase.
Per anni ho corso senza sosta, convinto che fosse normale. Poi, accadde qualcosa di straordinario, e mi fermai. Nel silenzio che seguì, compresi che la mia vita non mi apparteneva e che era giunto il momento di cambiare. Condivido questa storia perché è quella che avrei voluto leggere allora, quando barcollavo nel vuoto, senza guida né risposte.
Questo è il Capitolo 6. Qui puoi cominciare il cammino dall’inizio.
Riferimenti
Il Potere di Adesso di Eckart Tolle (1997);
On Having No Head di Douglas Harding (1961).
Note
Harding descrive nel suo libro On Having No Head la sua esperienza di rinascita o “assenza di testa” durante una camminata sull’Himalaya. Tuttavia, raccontò poi che questa esperienza avrebbe potuto verificarsi ovunque e che la scelta dell’Himalaya come ambientazione era più simbolica che necessaria.
La vera scintilla scaturì anni prima quando vide l’autoritratto del fisico e filosofo austriaco Ernst Mach, disegnato dalla prospettiva del proprio occhio sinistro: nessuna testa, solo ciò che l’occhio può vedere direttamente.
Per Harding fu una rivelazione. Si rese conto che, dal proprio punto di vista, anche lui non vedeva la propria testa. Questa intuizione lo portò a esplorare la sua identità e a sviluppare la filosofia della “via senza testa”.





...ti vedo...ti conosco... finalmente sei arrivato dove dovevi arrivare.... è da tempo che ti aspetto.... fatti vivo scrivimi...sentiamoci che ho da dirti alcune cose dopo l'ultima volta che ci siamo parlati dieci anni fa...scrivimi...ti aspetto seriamente Federico...la mossa è tua...se vuoi giocare...con affetto Mirco
Ciao Federico, grazie di tutto. Il tuo blog mi è molto utile per non perdere la rotta.
Un saluto e stammi bene.
Michele